Gli studi professionali guardano al digitale

Uno studio dell’Osservatorio Professionisti & Innovazione digitale della School of Management del Politecnico di Milano rivela come nel 2015 sia cresciuta la digitalizzazione tra avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro. “Circa uno studio professionale su tre in Italia si dimostra aperto al cambiamento del proprio ruolo grazie all’uso intensivo delle tecnologie digitali per il business: amplia l’attività di consulenza e avvia nuovi servizi maggiormente orientati al mercato, arricchisce di nuove competenze il suo profilo, utilizza in modo intensivo le tecnologie informatiche per migliorare efficienza e produttività.”

Più del 40% di questi professionisti dice di essere intenzionato ad investire nella digitalizzazione, che permette di aumentare l’efficienza interna e l’efficacia verso il mercato di riferimento.
Inoltre, più di 150 mila studi professionali hanno già investito 1,1 miliardi di euro in ICT (cioè il +50% di quanto era stato previsto per lo scorso anno).

Si è assistito così all’innesco di un circolo virtuoso, per cui se le tecnologie consentono di migliorare efficienza e produttività, dall’altra parte il miglioramento della redditività consente di investire ulteriormente in tecnologia.

La ricerca ha permesso di individuare 5 cluster di comportamenti nei confronti della tecnologia:

1. Avanguardie strutturate14%: coloro che hanno creduto per primi nella capacità delle tecnologie di creare valore, con un portafoglio di oltre 60 clienti, più di 60 mila euro di fatturato per addetto, servizi di consulenza superiori alla media, oltre il 28% di budget ICT dedicato a progetti innovativi e interesse alla formazione sui temi ICT.

2. Innovatori caotici11%: interesse e sensibilità verso le tecnologie, ma partiti in ritardo rispetto ai colleghi, per cui le scelte sono effettuate più in chiave tattica che strategica.

3. Benestanti ricettivi17%: studi radicati nei territori con buoni indicatori di performance e dimensionali, che non hanno investito in tecnologia, ma manifestano interesse per la digitalizzazione.

4. Efficienti miopi10%: studi con buoni indicatori di efficienza, ma redditività in calo, in cui il contesto favorevole non stimola interesse verso le tecnologie e che rischiano di diventare inadeguati alla futura domanda di servizi.

5. Periferici seduti48% (a dimostrazione di un grado di alfabetizzazione digitale limitato per un’ampia fetta professionale): sono studi senza buoni indicatori economico-finanziari né reazione al cambiamento, che devono migliorare sia il modello organizzativo, sia quello di business per evitare il rischio emarginazione.

Coloro che stanno investendo nella digitalizzazione ritengono le tecnologie un valido alleato e stanno ampliando l’attività alla consulenza, che offre più alte marginalità e nuovi servizi di maggior valore per i clienti.
“Nel contempo, si arricchiscono di nuove competenze: usano di più i social network in chiave business, puntano su una formazione anche su temi meno consueti come le softskill, l’utilizzo dei social network e la comunicazione. Un’evoluzione da professionisti esperti esclusivamente di temi giuridico- economici a professionisti manager e imprenditori, che governano la complessità di organizzazioni erogatrici di servizi con un ruolo sempre più esposto a momenti di confronto pubblico.”

Fonte: BitMat

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